Il padrone dell’azienda
controllava e dava disposizione sul lavoro dei campi
e sull’allevamento del bestiame, inoltre
possedeva e coltivava il vigneto e preparava il vino di
cui faceva scorta. Il capo degli aiutanti “su
sozzu” collaborava con il padrone e come suo sottoposto
di fiducia poteva dare gli ordini ai suoi aiutanti in
mancanza del padrone. Il boaro si occupava del bestiame,
mentre gli altri si occupavano dell’aratura, della
semina; della sarchiatura ecc.
L'orario di lavoro mutava a seconda della stagione.
L’orario di lavoro autunnale per la servitù
iniziava alle due del mattino e consisteva nel nutrire
e abbeverare gli animali; nel condurli nei campi per arare
e seminare, situati in località assai distanti
da raggiungere e che spesso si trovavano anche ai confini
dei territori comunali.
Durante la mattinata facevano una breve colazione (su
mruzu) poi a mezzogiorno (mesudì) il pranzo (su
prangiu) costituito da pane, formaggio,o lardo
e vino. Al rientro dai campi si rigovernavano il bestiame
(nutrirli, abbeverarli e ricondurli nella stalla), dopo
aver adempiuto a ciò consumavano la cena; il giorno
successivo la giornata di lavoro ricominciava alle due.
In primavera il lavoro consisteva nel portare il bestiame
al pascolo; nell’estirpare con la zappa le erbe
infestanti.
In estate, nell’aia (argiolas) si procedeva alla
trebbiatura a calpestio delle fave ben seccate; alla mietitura
del grano a cui partecipavano lavoratori con contratto
a cottimo o a giornata. La mietitura era un lavoro da
effettuare in coppia: un mietitore e una spigatrice, la
quale aveva il compito di portare l’acqua con la
brocca che caricava sulla testa interponendo il cercine
(tidili) e inoltre separava le spighe dalla canna; con
gli steli o canna culmo veniva conservato e utilizzato
dalle donne per realizzare cestini, corbule, e canestri.
La spigolatrice vestiva un fazzoletto in testa per ripararsi
dal sole; coprimano e copribraccia che lasciavano libere
le dita; e indossavano inoltre pesanti scarponi e calze
grosse.
I mietitori preparavano i covoni; mentre il carro a buoi
veniva caricato porgendo i covoni con il forcone a tre
punte all’aiutante posizionato sul carro, il quale
li posizionava a file alterne fino a raggiungere sei o
sette file.L’ultimo giorno della mietitura era festa
per tutti gli addetti, infatti era tradizione che l’ultimo
carro che trasportava i covoni attraversasse
il paese innalzando un covone con croce di spighe adornata
di nastri colorati.
Il giorno del raccolto “sa dì de s’arregotta”
si procedeva al pagamento della servitù e dei cottimisti
e tutto si concludeva con un abbondante pranzo, preparato
dalla padrona di casa e si concludeva con una cantata
e un augurio per anni migliori.
I giorni di festa, agricoltori, pastori e contadini, si
riunivano al centro del paese (mesu idda). Nel pomeriggio
giovani e fanciulle passeggiavano nella strada principale
del paese, mentre le donne del vicinato sedevano all’uscio
di casa, raccontando storie e novità paesane lavorando
con il fuso lana, lino e cotone per preparare i filati
da impiegare nella tessitura al telaio.